Nell’ambiente delle piscina circolano (tra i genitori, ma a volte anche tra gli stessi tecnici) opinioni e credenze curiose: vere e proprie leggende metropolitane se non addirittura colossali “bufale”. La più diffusa è che i neonati si adattano all’acqua velocemente (dato innegabile) perché nella loro mente è ancora impresso il ricordo dell’esperienza “acquatica” nella pancia della mamma.
Cosa ci sia nella mente di un neonato non lo sa nessuno; quello che è certo, invece, è che è dotato di una grande capacità di adattamento legata all’elevata plasticità di un cervello ancora immaturo. È più probabile, quindi, che la facilità con cui si adatta all’acqua dipenda da questa caratteristica, piuttosto che da improbabili ricordi di esperienze pre-natali. Grazie a questa plasticità, ad un innato ed istintivo bisogno di esplorazione, e, facilitato dal fatto che non è ancora frenato da paure o inibizioni, vive l’esperienza acquatica con successo, disinvoltura e con un grande piacere.

Superficie o profondità?

Un’altra convinzione diffusa è che l’obiettivo più importante, e più immediato, sia insegnare ai piccini “a stare a galla”. Anche questa però è errata; più importante del galleggiamento è che il bambino si adatti all’acqua profonda, infatti si sentirà sicuro in superficie solamente dopo avere sviluppato una buona padronanza dell’ambiente subacqueo. Ricercare il galleggiamento senza l’esperienza della profondità è difficile, e soprattutto sbagliato, resta infatti in lui un alto livello di tensione che ostacola il rilassamento e che compromette il successivo apprendimento tecnico. 

Braccioli si….. braccioli no.

Gli attrezzi galleggianti comunemente presenti in piscina come: braccioli, ciambelle, tubi, tavolette ecc.., dovrebbero essere utilizzati con parsimonia, impediscono infatti al bambino di realizzare  l’esperienza dell’acqua profonda e possono addirittura rallentare la piena acquisizione dell’acquaticità. 

Queste attrezzature tranquillizzano i genitori che entrano in ansia appena i bambini si immergono (qualcuno è arrivato a chiederci se non si poteva evitare di “mettere i bambini sott’acqua”), vanno però utilizzate con estrema parsimonia, perché, contrariamente a quanto suggerirebbe un buon senso un po’ ingenuo, non li aiutano ad adattarsi all’acqua, anzi, possono frenare il processo di ambientamento.

La parola d’ordine è “sub-acquaticità’, intesa come capacità di immergersi, di padroneggiare l’ambiente subacqueo e, soprattutto, di ricavare piacere da questa esperienza. I bambini possono svilupparla precocemente con attività gioiose: come immersioni, tuffi, giochi e spostamenti subacquei. Una volta che l’ambiente profondo sarà per loro familiare, il galleggiamento verrà acquisto naturalmente, con estrema facilità. 


Terrestri o acquatici?

Si dice che il nuoto sia un’attività “naturale”, che si impara facilmente, quasi istintivamente;  così i genitori vorrebbero vedere rapidamente i bambini “nuotare”, e considerano i giochi iniziali quasi una perdita di tempo. Purtroppo non è così: l’apprendimento del nuoto è innaturale (siamo animali terrestri), deve essere proposto gradualmente e, soprattutto, deve essere preceduto da un ricco ambientamento, meglio se di natura giocosa. Specialmente i più piccini potranno essere in grado di  eseguire i gesti tecnici solo dopo un lungo periodo di adattamento. Il superamento della  paura e del fastidio dell’acqua, che sono gli ostacoli più grandi, si ottiene solamente con lungo periodo dedicato a giochi appositamente predisposti.